Anni ’50-’60 : in 600 FIAT attraverso l’Europa che cambia
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Anni ’50-’60 : in 600 FIAT attraverso l’Europa che cambia
Viaggi anni ’50 ... Avevo dieci anni quando incominciai a conoscere l’Europa e per più di dieci anni viaggiammo in Europa in auto.
1956. Addio merletti ingialliti sui poggiatesta degli schienali di II° classe, carezze di molle a fior di pelle, addio. Addio daghe di legno scricchiolanti dei sedili di III° classe, reticelle sfondate dei ripiani portabagagli. Nessun addio per la mai conosciuta I° classe.
Ormai adesso c’era lei, la 600 e in treno non viaggiammo più. Seguimmo itinerari che fecero scorrere davanti a noi un’Europa che cambiava lentamente dopo il dramma della guerra, più o meno faticosamente in rapporto all’intensità con cui ciascun Paese aveva vissuto quel dramma. Così conoscemmo una Francia e un’Inghilterra che, nonostante avessero sofferto e subito, si erano rimesse in piedi abbastanza presto, buttandosi alle spalle rovine e brutti ricordi. Invece l’Austria ricordava di più i suoi drammi, ancora nel ’57, tra le rovine e le macerie di Vienna capitale vinta.
Anche l’Italia si era rimessa in piedi con ritmi e modi diversi, Sud, Centro, Nord …
Vivemmo anno dopo anno la trasformazione della rete stradale italiana, conoscemmo prima la A1, poi la A14, tante altre sigle ancora.
Un retrospettivo sguardo a volo d’uccello sulle tappe di quei percorsi di viaggio rivela tanti fili di ideali raccordi, tracciati in tanti secoli di storia dell’Europa dai movimenti della cultura, dalle personalità che l’hanno vivificata. Quei fili che collegano luoghi lontanissimi l’uno dall’altro, genti fra loro sconosciute, sono i percorsi che uniscono Helsingor in Danimarca con il suo castello popolato dai regali fantasmi creati dalla fantasia shakespeariana alla piccola Stratford inglese che custodisce gelosamente la casa natale del drammaturgo, e si dipana fino a raggiungere a Verona il balcone, la tomba di Giulietta, poi da lì, a pochi passi, la Venezia di Desdemona. Dal Tempio Museo Canoviano di Possagno a Copenaghen al Museo di Thorvaldsen, lo scultore danese innamoratosi a Roma dell’arte del Canova. L’odissea del Pellico tra i Piombi di Venezia, i saloni dei suoi nemici imperiali di Schombrunn a Vienna e la cella dello Spielberg in Moravia. Il fantasma di Napoleone tenuto in piedi in ogni angolo dell’isola d’Elba, incombente nella piana solitaria di Waterloo, solenne nel Tempio degli Invalidi a Parigi. Per chi aveva l’età giusta c’era anche l’Europa delle fiabe da scoprire, dalle atmosfere cupe dei Fratelli Grimm, con Pollicino e Hansel e Gretel persi nel fitto della Selva Nera, alla fantasia leggera di Perrault della Bella Addormentata tra i merli di Ussé, più tenebrosa tra i comignoli di Chambord con il terribile Barbablù.
Scoprivamo anche la trama dei percorsi dell’emigrazione italiana, quella degli anni ’50 –’60, nelle tappe di quei viaggi, con il diagramma della sofferenza variabile da una regione europea ad un’altra.
Alla partenza dal Salento il paesaggio troppo noto ci appariva noioso, monotoni i filari infiniti di vigneti, i grappoli d’uva nera già quasi maturi, scontate erano le distese argentate di chiome d’ulivo che si allargavano alla vista attraverso la nebbiolina dorata alta sulla rossa terra umida. Dovevano passare anni per capire la ricchezza di quel paesaggio.
Dalla punta del Tacco su, su, sempre più su, quel Tacco sconosciuto di cui pochissimi avevano notizia una volta superata la Puglia : targa LE…? Lecco ? Lecce ? Dove ? Ah… le Puglie !
Ancora niente Autogrill, un uovo sodo, qualche biscotto per smorzare la fame prima della sosta per la colazione al sacco, l’happening più atteso non per quello che si mangiava, ma per il modo in cui si mangiava e il luogo in cui si mangiava. Arrivammo a conoscere le pesche del Trentino, mai viste le pesche gialle dalla buccia vellutata, poi l’incredibile varietà di formaggini che ci offriva la Germania, al pepe, alla paprika, al gusto di wurstel mangiati in riva al Reno. Indimenticabile l’enorme flanfromage acquistato a Kaiserslautern, barattoloni comprati in Svizzera da cui rotolavano enormi fragole immerse in un delizioso sciroppo (marca Hero’s, indimenticabili). In Svezia diventava un’orgia di smorrebrod, le enormi tartine misteriose dai ripieni impossibili, gamberi, pesce, uova? Ci furono merende in riva al Reno ai piedi di un traliccio, colazioni tra ruscelli gelidi e scroscianti o presso un elegante fontanile del ‘500 papalino nel Lazio.
Andavamo su e giù con la nostra 600, sgusciando fra tanti camion, vecchi e arrugginiti..
Un‘Italia ancora da ricostruire, con le Statali strette o non asfaltate, qualche cartello sbilenco per le indicazioni e pietre miliari ai bordi per sapere dove eravamo e dove andavamo. I lavori stradali erano gestiti da uno sparuto drappello di operai abbrustoliti dal sole, in testa il fazzoletto inumidito fermato dalle quattro cocche che consegnavano un impolverato straccio rosso all’automobile capocolonna da restituire al termine del tratto dei lavori in corso. Le Statali alpine, le salite con i tornanti a gomito che facevano irrigidire, immobili, guardando giù lo strapiombo mentre si incrociava un camion, il fondo stradale privato dell’asfalto dal ghiaccio dell’inverno. Questo era il Gottardo e lo Spluga, il Sempione e il Tarvisio no, senza problemi.
Un tocco di piccola magia erano le lucciole di sera lungo le strade, tra i cespugli. Quando trascorsero un po’ di anni, il brillio sparso lungo il bordo della strada, quello che si accendeva nell’oscurità serale, veniva da piccoli frammenti di vetro, le lucciole non c’erano più.
Austria o Svizzera erano le prime mete. Casette di legno con i coloratissimi balconi, fragranti nell’aria e profumate come di miele le piante di campanule che le rallegravano. Poi quei cartelli infilati sulle facciate, inizialmente incomprensibili : “Zimmer”, “Zimmerfrei”, “Gasthof”. Ci rassegnammo all’assenza di imposte alle finestre, anche gli incredibili piumini, praticamente enormi cuscini da poggiare sul corpo, non ci facilitavano il risveglio mattutino rallegrato però da colazioni mai viste, teiere, teierine, coppette, panetti fragranti, panna, burro, grasso latte dal gusto a noi sconosciuto, profumate marmellate, un lunghissimo caffè l’unico neo.
Le strade di Vienna erano dominate dalle facciate annerite di imponenti palazzi, dietro le finestre cieche il nulla, solo i mucchi di rovine lasciate dai bombardamenti. Era il ’57 e gli ultimi contingenti dell’Armata Russa erano andati via solo da un anno. Da bere birra alla spina, poi c’era lo Slivovitz, inutile leggere il menu, anzi difficile trovarlo, nudelsuppe davvero nuda e triste, priva di tutto, anche dei cerchietti di grasso di un brodo di dado, poi kartoffeln, kartoffeln e poi sempre kartoffeln, qualche volta wurstel, sempre nell’odore avvolgente dei crauti. Ci salvavano le apfeltorten, le impareggiabili torte alle mele, rara la sachertorte. Poi la tristezza e un senso di oppressione, di apprensione forse, anche il Danubio sembrava scorrere triste.
Altra atmosfera a Salisburgo, aristocratica e festosa, culturale e gaudente, ravvivata dalla presenza di tanti turisti ma anche da frau e fraulein sorridenti e raffinate. Per noi nuova cosa l’esecuzione di concerti, che non fossero quelli delle bande alle feste patronali, nelle piazze raccolte della città.
Scoprimmo anche il teatrino delle marionette con le fiabe musicate dai Grandi, elegantissime raffinate marionette “recitavano” cantando da tenori e soprani.
La Svizzera l’attraversavamo quasi ogni anno. Tutto ordinato e pulito sempre e dovunque, l’immagine-tipo della Svizzera non si smentiva mai. Era un Paese che non aveva conosciuto la guerra, quella che aveva lasciato miseria e rovine, così era andata avanti, tanto avanti da poter offrire lavoro a tanti meridionali, ne incontravamo dappertutto, c’era nostalgia nelle loro domande , nel loro approccio, ma non la sofferenza di quelli incontrati in altri Paesi d’Europa. Nel viaggio di ritorno in Italia la tradizione imponeva di infilare una stecca di sigarette nella valigia, anche se nessuno del gruppo fumava, e poi marmellate e cioccolato e il pieno di benzina prima di raggiungere Chiasso. Alla dogana sempre batticuore per quei nostri “peccati”!
Sull’autobahn tedesca. Fu un impatto sconcertante con quel nastro che correva dritto e monotono attraverso la Foresta Nera, mentre un implacabile rullio ritmico che favoriva il sonno ti martellava. Qui però doganieri esigenti, sospettosi, bagagli, carta verde, passaporto sempre meticolosamente esaminati da tanti occhi e tante mani.
Mannheim, Dusseldorf, Colonia, la cappa grigia annunciava le fabbriche. La targa italiana del Sud attirava capannelli di emigranti italiani, sorrisi incerti e dialetto, domande, tante domande. L’autobahn ci portò nella Valle del Reno, ne seguimmo il corso sul battello, immaginando la fanciulla Lorelei mentre ci stordiva la sirena delle chiatte, pernottavamo nelle accoglienti Gasthof che si affacciavano, alte sul fiume, con le terrazze allestite per la intrigante prima colazione.
Tutti volti di una Germania vivace che non si era pianto addosso colpe e miserie di una guerra recente, ma il nodo Berlino era ancora aggrovigliato, i drammi delle fughe dall’Est si ripetevano. E l’Est rimaneva ancora un mondo sconosciuto. Ci andammo a Berlino, con la curiosità di capire e di conoscere quella realtà così lontana.
Si percorreva un’autostrada infinita attraverso la Germania dell’Est, i vopos armati di mitra e i cannoni puntati dall’alto dei terrapieni in direzione del percorso stradale c’imponevano prudenza assoluta. Non ci saremmo fermati neppure a fare benzina se non fosse stato necessario: traffico rarefatto, distributore silenzioso guarnito da un solo addetto alle pompe, inimmaginabile che quel posto ci riservasse una sorpresa, una macchinetta mai vista prima, riuscimmo a farla funzionare infilandovi una monetina e fu una fonte miracolosa per la nostra sete, un’aranciata freschissima e frizzante prodotta da una ditta sconosciuta, Fanta, noi conoscevamo solo la San Pellegrino.
Arrivati a Berlino ci sentimmo sollevati. Superammo tranquillamente i tre chek point degli Alleati, francese, inglese, l’americano Check Point Charlie, ma il peggio doveva arrivare all’ultimo chek point, quello russo. Ci fecero scendere dalla macchina, la perquisirono in ogni angolo e con ogni mezzo. A quel punto potemmo entrare a Berlino Ovest, una città spenta e senza vita, grigia sotto una pioggerella sottile, poca gente e poche auto in giro, il viale Under den Linden triste, spoglio. Il mozzicone di chiesa, ciò che rimaneva della Chiesa della Commemorazione bombardata lasciato lì a imperitura memoria di ciò che era stato. Salimmo su una torretta di legno per osservare al di là del Muro, di quel Muro che lì, davanti a noi, correva grigio e impietoso attraverso la città soffocando il cuore e lo sguardo. Al di là, i vopos marciavano con pesante cadenza proprio sotto il Muro, la pioggia scendeva a completare la tristezza di quello scorcio di città che riuscivamo a vedere da lì sopra, trascurata e senza vita. Nessuna immagine di quel giorno rimase nelle nostre foto, sarebbe stato un rischio troppo grande scattare un clic su quelle inquadrature.
All’uscita da Berlino i nostri innocenti bagagli di turisti, valigie e borse di paglia, vennero buttati in aria; con uno specchio attaccato ad una lunga asta venne ispezionato il piano inferiore, anche lì poteva annidarsi un fuggitivo. Poi ci mandarono via e il nostro panico ebbe fine. Le auto con targa locale, più sospette, venivano chiuse in un garage, smontate e controllate in ogni pezzo. Un silenzio di riflessione accompagnò il ritorno su quell’autostrada desolata. Dovevano passare quasi trent’anni per arrivare a quel 1989 che fece cadere il Muro, dovevano morire ancora in molti tentando di fuggire dall’Est.
Dalla Germania al Belgio ‘58. Benelux, una sigla che sapeva di luce e ci parlava di frontiera facile.
Il fiume Saar e la Mosella reduci da un’inondazione, pioggia fitta e fango, il ricordo di un paesaggio tristissimo. Tanti gli italiani incontrati lì. Un ponte sulla Saar che non esisteva più, sotto di noi, immersi nell’acqua limacciosa operai italiani stavano a braccia tese, ci sembrò che fossero loro a sorreggere le travi di sostegno.
Già il clima nel Belgio metteva tristezza, pioggia pioggerella qualche goccia, cielo grigio cielo nuvoloso cielo scuro, in quell’angolo d’Europa la condizione degli emigranti sembrava più pesante che altrove. Marcinelle era vicina nel tempo e nello spazio.
Una sorpresa per noi la lingua dei Belgi : “Namur ?” chiedevamo noi in francese, “Ah, oui, Namen!” rispondevano loro in fiammingo. Identica sorpresa, un po’ amara per noi italiani, qualche tempo dopo nella ex Jugoslavia, area Slovenia, “Postumia ?”, “No, Postojna”, sui cartelli stradali “Postojna”in slavo e non più in italiano, “Rijeka” era Fiume.
Waterloo rimaneva scritto proprio come l’avevamo letto sui libri di storia, ma le stampe che riproducevano quell’epica giornata non lasciavano immaginare una verde pianura, sembrava sconfinata, con morbidi dossi, con quel leone issato in alto. Ma, a pensarci, Napoleone era forse più presente lì che nelle ridenti località dell’Isola d’Elba dove, a dire di onnipresenti cartelli che recitavano”… Napoleone … dormì … mangiò. Finalmente Bruxelles, anzi Brussels, e conoscemmo Santa Gudula, un nome che rimaneva chiuso in bocca se lo pronunciavamo in francese.
Poi all’Expo ’58 andando dietro al luccichio metallico delle sfere dell’Atomium. La nostra esperienza si fermava alla Fiera del Levante che già nelle sue dimensioni ci stordiva, ma questa era una città nella città. Quelli della Phlilips si erano rivolti a Le Corbousier per esporre la loro produzione. Gli Stati Uniti presentarono il nonno, o il bisnonno, del computer, un monumentale aggeggio dalle dimensioni doppie di un nostro frigorifero.
Quando arrivò il ’61 l’Italia era pronta a festeggiare i cento anni dell’unità nazionale, a Torino nacque “Italia ‘61”, fiera, parco, esposizione della scienza e della tecnica. Ma c’erano anche i padiglioni della storia, della storia dell’Unificazione italiana e Garibaldi aveva i suoi giusti spazi. Sorridenti hostess accoglievano e informavano. Il boom economico dell’Italia di quegli anni aveva trovato la vetrina più adatta, il miracolo economico della Ricostruzione esplodeva per l’ammirazione del mondo.
Proprio nel 1961, il nostro gruppo di sprovveduti, sicuri che l’Europa (dei Sei) avesse eliminato tutta la burocrazia cartacea alle frontiere, si presentò alla dogana di San Luigi con due minori senza documenti; naturalmente dovemmo tornare indietro delusi (in sei nella Seicento).
Le geometrie dei campi d’Olanda erano di un verde mai uguale, rombi, quadrati, rettangoli, avena, segale, tante le sfumature di uno stesso colore, poi mucche, tante mucche al pascolo. Conoscemmo i vecchi pescatori di Spakenburg. Bronzo chiaro il volto - il sole nordico non brucia come il sole del Sud - seduti sulle spallette dei ponti sui canali o sul bordo di vecchi barconi tirati a secco, stavano in silenzio o scambiavano poche parole con la pipa fra i denti, vestiti tutti identici, casacche blu stinto che cadevano su larghi pantaloni dello stesso colore, berretto scuro, enormi zoccoli di legno grezzo. In giro era quasi un gracchiare, quello di infinite biciclette, belle imponenti, che circolavano sulle strade della piccola cittadina. Era quello l’unico traffico.
Nel ’64 Amsterdam, tuffata nel silenzio dei canali accarezzati dal verde dei salici, non era ancora terra di droga liberalizzata. Di Maastricht, appena sfiorata dall’itinerario, nessuno aveva sentito parlare, piccolo capoluogo del Limburgo, decentrato, sul confine con il Belgio. Invece proprio da quella terra di Normanni, nel XII secolo, ai servigi del re normanno, era sceso in Italia con i suoi uomini il gigante Chiliano, un limburghese, fino alle porte di casa nostra, di Lecce, la sua fedeltà era stata premiata con un ducato che insisteva nel Salento. Una chiara eredità oggi nei biondi capelli ed occhi azzurri di tanti bimbi salentini. Ancora oggi Chiliano domina, solenne guerriero in pietra, nel suo feudo meridionale.
In Francia, anni ’50, direzione Ville Lumière, le indicazioni per l’aeroporto erano ancora per “Orly”e non per “Charles De Gaulle” perchè le Génèral era ancora al suo posto. Ogni volta che si arrivava a Parigi ci si perdeva nell’intrico dei corridoi del Louvre in visite senza tempo; all’ingresso ci accoglieva la maestosa Nike di Samotracia ormai entità famigliare, ancora niente piramidi di cristallo nel cortile. Poi Parigi vista dalla Senna sul bateau mouche, le tappe obbligate da Notre Dame agli Champs Eliseés, in cima alla Tour Eiffel, agli Invalidi nel ricordo di Napoleone, tanta strada a piedi, su fino a Montmartre a guardare le cupole bianche del Sacro Cuore con il naso all’insù. Ci fu la delusione del Moulin Rouge per chi lo conosceva attraverso Toulouse Lautrec e la Goulue : modernità fredda e anonima illuminata dal neon in un pomeriggio desolato di un agosto soffocante. Ci si emozionava al cimitero di Pére Lachaise, lì i Grandi c’erano davvero. Tornati nel ’68, sorprendeva la folla di turisti, in fila, in coda dappertutto: per entrare al Louvre, per salire sulla Torre Eiffel poi un’attesa lunghissima, sui lungosenna davanti alle bancarelle di libri usati. Era arrivato il turismo di massa, tanto desiderato ma non sempre desiderabile. In quell’anno conobbi la Sorbona, d’estate, era semivuota, chi si muoveva lì per caso aveva fretta di andare via. L’Università parigina, un edificio che ti faceva sentire fuori dal tempo: una volta entrati tra quelle mura si sentiva il peso della tradizione del sapere d’Europa. Nessun sentore dell’esplosione che di lì a poco, primavera ’68, avrebbe sconvolto le aule, le vie e le piazze di Parigi e d’Europa.
Il viaggio attraverso la Valle della Loira tra vigneti, cantine, boschi e castelli ci faceva entrare nel mondo della fantasia di Perrault. Quando spuntava una selva di comignoli tra il verde del bosco, ed era la fiaba di Barbablù, una stanza per ogni moglie eliminata, eravamo a Chambord. Bosco fitto, silenzio cupo intorno al castello, vi dormiva la Bella Addormentata, ed era il castello di Ussé..
A Calais qualche occhiata alle vetrinette dei negozi che offrivano “dentelles de Calais” prima di imbarcarci per Dover alla scoperta dell’Inghilterra del ’64.
L’urbanistica e l’architettura dei quartieri londinesi non erano condivisibili, allora, per il nostro gusto di meridionali individualisti. Le vie si snodavano uguali e uniformi, a Kensington facciate candide identiche tra neoclassico e coloniale, si correva anche il rischio di sbagliare ed entrare in casa di un altro. Di lì a pochi decenni, ancor più anonime villette a schiera, infinite, avrebbero riempito le nostre periferie. Fleet Street era ancora la “via dei giornali”, 278 le sedi di testate giornalistiche. Poi visite al gotico della religione inglese, sotto la luce colorata delle vetrate di Westminster e Canterbury un lungo dialogo in latino con un giovane occhialuto sacerdote. Per chi ne aveva l’età, l’attrazione più forte veniva da Carnaby Street, era l’anno dell’irruzione di Mary Quant con la piccola grande invenzione della minigonna. A Carnaby Street c’era un mondo tutto nuovo che si apriva, sconvolgente per chi veniva dalla provincia. Negozietti avvolti dalla musica dei Beatles, esili ragazzine bionde, copie dichiarate della diafana Twiggy, l’icona di quegli anni, cinguettavano tra di loro senza badare ai probabili clienti; striminziti capi in vendita distribuiti disordinatamente. Incredibilmente, ci si serviva da soli !
Ci accorgemmo presto di quanto fosse difficile in Inghilterra mangiare una volta superata l’ora della prima colazione, perciò ci adeguammo quando ancora insonnoliti, ci trovavamo piatti di uova al bacon dal pesante odore, caraffe di spremuta e tanto altro inaccettabile per noi legati alla cara abitudine del caffè a volo. Altre grandi novità da Harrod’s, i grandi magazzini non ancora toccati dal kitsch dell’era Al Fayed. Seduti sugli alti sgabelli davanti ad un bancone, assaggiammo per la prima volta i gamberetti in salsa rosa serviti su una foglia d’insalata in un’alta coppa. Ci furono poi le visite alle dimore della tradizione, da Hampton Court con i suoi giardini popolati da daini e cervi e i ricordi del soggiorno di Enrico VIII, a Blenheim Palace, la residenza dei duchi di Marlbourough, Winston Churchill vi aveva emesso il primo vagito e mosso i primi passi. Ma, la sterlina, come poi la corona danese e quella svedese, fece sì che le nostre lire non reggessero sotto il suo peso e il viaggio ebbe breve durata. Atmosfera intensa nella puntata ad Oxford, un luogo senza tempo. Non c’erano allievi d’estate, tanta quiete nelle aule dall’arredo severo e sulle distese verdi dei prati, si faceva fatica ad immaginare i ragazzi di Carnaby Street muoversi e studiare in quegli ambienti o, incredibile, indossare l’antica “divisa” con cappa e tocco in testa.
Poi nei Paesi del Nord anni ‘60, fari delle modernità del tempo: cucine “svedesi”, fòrmica, nudo design, linee avveniristiche nell’architettura erano le lezioni dei Maestri nordici.
A Copenaghen omaggio alla dolce sinuosa Sirenetta ma anche al monumento alla Pescivendola, dura e tozza, a Odense la casa di Andersen quasi uscita da una fiaba, con la sua brava cicogna (vera!) in cima al comignolo
La Svezia era al di là di un braccio di mare. Foresta, distese di laghi in lontananza, poi Jonkeping, Lindkoping, Norrkoping, sembrava di rimanere sempre allo stesso punto, suoni simili e rarefatti panorami sempre uguali. Ma arrivò l’impatto inaspettato e sconvolgente con le infrastrutture della periferia di Stoccolma, la nostra bella autostrada del Sole ne era lontana anni luce: svincoli a “otto”, diramazioni sopraelevate, rotatorie, ponti e… indicazioni in svedese, per noi un infinito cieco labirinto che ci sconvolse. Ma l’organizzazione dell’accoglienza turistica fu insuperabile. Un calzolaio italiano ci avvicinò felice nel suo decoroso laboratorio nei pressi della Stazione Ferroviaria. Con rassegnazione accettammo di nutrirci di poco costosi smorrenbrod, le grosse tartine farcite di tutto e di più, di che cosa però non lo sapemmo mai. Una sera una scoperta: un candido camioncino, un omino dal candido cappellino e un morbido caldo panino farcito con un fragrante wurstel arrostito: mai assaggiata una simile golosità in terra mediterranea.
Conoscemmo lo choc del sabato sera di Stoccolma, una via di mezzo fra la movida notturna di una città di oggi e un’ubriacatura collettiva che accomunava giovani, maturi professionisti, impiegati. Della Svezia sapemmo poi : terra di suicidi.
In Ungheria ci andammo giusto dieci anni dopo l’occupazione sovietica del ’56, quella vista nei servizi fotografici di “Epoca” con i carri armati in copertina. Entrando in territorio ungherese il tempo sembrava fermo a quella data, bloccato da una cappa invisibile. Attraversato il confine, piccole case di campagna, sui comignoli nidi di cicogne, cicogne che covavano le uova, carretti di legno dalle alte sponde tirati da robusti cavalli, sopra enormi botti di vino, bianche oche starnazzanti tagliavano la strada all’automobile. Poi la puszta infinita.
Su, verso Budapest portava una strada nuova, moderna. Una capitale imponente, grigia e intorpidita, quasi ostile. Assaggiammo le “palacintke” guarnite di marmellata di noci e cremosissima cioccolata. Niente di più delle crepes ripiegate in quattro, ma noi conoscevamo solo le nostre poco delicate frittatine. A noi turisti era concesso di fare acquisti con una certa moneta creata ad hoc, spendibile solo in una certa catena di negozi, con un cambio a noi conveniente, off limits invece per gli Ungheresi. La ricerca della Budapest by night per giovani ci portò ad ascoltare musica tzigana tra pizzi, merletti e velluti color porpora. Ma c’era anche un’altra Budapest, quella delle grandi opere pubbliche, linee essenziali, tecnologia avanzata, uno stadio di calcio dalle linee ardite con un enorme orologio stilizzato, alto sulle scalinate. Il privato era rimasto al palo mentre il pubblico aveva preso la rincorsa.
Nella Cecoslovacchia dello stesso anno, il ’66, si respirava un’aria diversa, la Primavera di Praga era già in gestazione, sarebbe esplosa dopo poco più di un anno, gennaio ‘68.
In Moravia Brno, o Brunn, o Brn ? Non lo sapemmo mai. Ai piedi della famigerata fortezza dello Spielberg, bella città nel verde, antica e nuova, in un prato al centro della città spuntava una scultura degna della Biennale di Venezia di quegli anni. Ci sorprese una via “Pelicova”, intitolata cioè a Silvio Pellico. Una dedica ad un perseguitato politico di terre straniere ? In funzione antimperialistica in età socialista? Dettata dalla comunanza della condizione di popoli sottomessi, il Moravo e l’Italiano? In quella fortezza cupa, vivacizzata dalla presenza dei turisti, il ricordo della Mie Prigioni c’era tutto, vivo e intatto, gelosamente custodito. Praga, una capitale ricca di movimento, ma niente turismo di massa nelle viuzze del quartiere degli alambicchi e degli stregoni. In Piazza Vaclavzke il Re Santo dominava un gruppo di auto parcheggiate che sembrava attaccarsi ai piedi della statua. Non c’erano ancora i bronzei robot in fila che oggi tolgono spazio a quel grande vuoto. Era la piazza che avrebbe visto affollarsi migliaia di Praghesi quando sorridevano inneggiando alla Primavera e quando piangevano all’arrivo dei carri armati russi. E avrebbe visto Jan Palack diventare una torcia. Ma Praga era anche allegria di un matrimonio tutto occidentale, con una sposa in corto abito bianco che usciva dal municipio sorridendo per la foto secondo tradizione.
La Grecia del ’67 era ancora quella dei turisti dei viaggi di studio, docenti con studenti universitari al seguito, come ero io. Dopo il Pireo, per arrivare ad Atene il blu cupo del Mediterraneo filtrava attraverso filari di chiome verdi punteggiate d’arancio, erano le arance amare, le marange del nostro dialetto. Ancor più suggestivo il lungomare quando si snodavano alberi di Giuda in fiore in quella primavera greca. Una vegetazione ancora a noi sconosciuta.
In una Grecia senza turisti, le nostre accademiche guide ci fecero accogliere da autorità locali del mondo delle istituzioni e della cultura : noi portavamo testimonianza di una terra salentina in cui vive ancora oggi il linguaggio griko. Dopo i tesori classici di Atene, a Delfi ci affascinò il silenzio di un paesaggio incantato, ad Argo, Tirinto, Micene, demmo vita ai fantasmi degli eroi conosciuti sui testi. Dal teatro di Epidauro alle colonne di Olimpia il nostro fu davvero un viaggio di studio. Le “trasgressioni” le vivemmo scoprendo l’odore e il sapore dei souvlaki arrostiti per strada, il dolceforte dell’ouzo, la gommosa dolcezza delle loukoumie. E poi un tuffo nello shopping della tradizione, stoffe, borse tessute a mano, piccoli oggetti in legno. Il soggiorno ateniese si concluse con la trasgressività, permessa solo al gruppo degli universitari più grandi, quella di una passeggiata tardo-serale sotto la luna di Piazza Omonoia silenziosa, davanti agli euzones di guardia al Parlamento.
L’estate del ’68 la vivemmo in una realtà d’Europa in cui non arrivava nemmeno un’eco lontana di agitazioni e trasformazioni, ancora una volta verso Est, in una terra in cui le città somigliavano a quelle italiane, la Jugoslavia di allora, la Croazia di oggi. Imparammo che si chiamava Zadar, non più Zara, quella città in cui già i Romani avevano lasciato tante tracce e dove c’era una chiesa trecentesca che era proprio il romanico di casa nostra, quello delle cattedrali di Puglia. Almeno il Maraschino non aveva cambiato nome ed era ancora “Maraschino di Zara”, marca Luxardo, nella sua bella bottiglia impagliata. I turisti erano solo gente del posto in vacanza, a noi italiani guardavano con una certa benevola curiosità. Visitatori di origine più eterogenea li incontrammo scendendo a Sud, nelle altre due cittadine simbolo della cultura dalmata, Spalato e Dubrovnik. Ci godemmo la bellezza di quella sponda adriatica, ancora selvaggia e poco conosciuta, bagnata da un mare blu intenso, ricco di pesce da mangiare nelle rustiche trattorie della costa.
A Sebenico, una cittadina fuori dal tempo, conoscemmo quanto fosse rimasto di Venezia nella terra dalmata, con le stradine semideserte, gli infissi delle finestre cadenti sulle facciate di molte case, sull’uscio qualche fiera vecchia signora dall’espressione altera, eretta sul busto lavorava all’uncinetto, abiti scuri, della tradizione, con uno strano copricapo.
Nel Palazzo di Diocleziano, a Spalato, ci ritrovammo persi in una folla di turisti, fra rovine, colonne, leoni di pietra, non era facile entrare nello spirito dei luoghi. Scoprimmo la bellezza di Dubrovnik: verso il mare con l’articolarsi della pittoresca insenatura e verso l’interno nell’intrico delle calli “veneziane” dalle facciate incorniciate da leggiadre bifore e trifore, bilobate, trilobate. Circa venticinque anni dopo tememmo tutti che quell’arte, quella cultura sarebbero scomparsi per sempre, forse solo la buona sorte permise che in quei luoghi ciò non avvenisse, che i danni fossero rimediabili. Così la Fontana di Onofrio oggi è tornata in piedi.
Quell’Albania, che a noi salentini sembrava a due passi, ci era ancora vietata. Sapevamo poco o niente di quella terra, forse solo i racconti e i ricordi di chi l’aveva conosciuta, in divisa, durante la campagna militare della II° Guerra Mondiale. Da bambina mi colpiva la storia di un altissimo re dal nome assurdo, Zog, e di una giovanissima regina dagli occhi blu, Geraldina, che abbandonava la sua terra, cacciata dall’invasione italiana mentre stava per nascere il suo bambino.
Poi, riferendoci all’Albania imparammo ad usare la frase “La Cina è vicina”.
L’aria tersa di tramontana, nei giorni rigidi d’inverno, ci lasciava scorgere boschi e cime innevate, gruppi di case, la costa; di quella terra, nelle albe d’estate solo contorni sfumati su cui fantasticare. Così rimase solo un viaggio da rimandare, impigliato nei desideri. Poi, negli anni ’90, furono gli Albanesi che ci sorpresero, a migliaia, sbarcando fra gli ombrelloni delle spiagge salentine e una solidale curiosità emozionata li accolse. Ma questa è un’altra storia.
Viaggi anni ’50 ... Avevo dieci anni quando incominciai a conoscere l’Europa e per più di dieci anni viaggiammo in Europa in auto.
1956. Addio merletti ingialliti sui poggiatesta degli schienali di II° classe, carezze di molle a fior di pelle, addio. Addio daghe di legno scricchiolanti dei sedili di III° classe, reticelle sfondate dei ripiani portabagagli. Nessun addio per la mai conosciuta I° classe.
Ormai adesso c’era lei, la 600 e in treno non viaggiammo più. Seguimmo itinerari che fecero scorrere davanti a noi un’Europa che cambiava lentamente dopo il dramma della guerra, più o meno faticosamente in rapporto all’intensità con cui ciascun Paese aveva vissuto quel dramma. Così conoscemmo una Francia e un’Inghilterra che, nonostante avessero sofferto e subito, si erano rimesse in piedi abbastanza presto, buttandosi alle spalle rovine e brutti ricordi. Invece l’Austria ricordava di più i suoi drammi, ancora nel ’57, tra le rovine e le macerie di Vienna capitale vinta.
Anche l’Italia si era rimessa in piedi con ritmi e modi diversi, Sud, Centro, Nord …
Vivemmo anno dopo anno la trasformazione della rete stradale italiana, conoscemmo prima la A1, poi la A14, tante altre sigle ancora.
Un retrospettivo sguardo a volo d’uccello sulle tappe di quei percorsi di viaggio rivela tanti fili di ideali raccordi, tracciati in tanti secoli di storia dell’Europa dai movimenti della cultura, dalle personalità che l’hanno vivificata. Quei fili che collegano luoghi lontanissimi l’uno dall’altro, genti fra loro sconosciute, sono i percorsi che uniscono Helsingor in Danimarca con il suo castello popolato dai regali fantasmi creati dalla fantasia shakespeariana alla piccola Stratford inglese che custodisce gelosamente la casa natale del drammaturgo, e si dipana fino a raggiungere a Verona il balcone, la tomba di Giulietta, poi da lì, a pochi passi, la Venezia di Desdemona. Dal Tempio Museo Canoviano di Possagno a Copenaghen al Museo di Thorvaldsen, lo scultore danese innamoratosi a Roma dell’arte del Canova. L’odissea del Pellico tra i Piombi di Venezia, i saloni dei suoi nemici imperiali di Schombrunn a Vienna e la cella dello Spielberg in Moravia. Il fantasma di Napoleone tenuto in piedi in ogni angolo dell’isola d’Elba, incombente nella piana solitaria di Waterloo, solenne nel Tempio degli Invalidi a Parigi. Per chi aveva l’età giusta c’era anche l’Europa delle fiabe da scoprire, dalle atmosfere cupe dei Fratelli Grimm, con Pollicino e Hansel e Gretel persi nel fitto della Selva Nera, alla fantasia leggera di Perrault della Bella Addormentata tra i merli di Ussé, più tenebrosa tra i comignoli di Chambord con il terribile Barbablù.
Scoprivamo anche la trama dei percorsi dell’emigrazione italiana, quella degli anni ’50 –’60, nelle tappe di quei viaggi, con il diagramma della sofferenza variabile da una regione europea ad un’altra.
Alla partenza dal Salento il paesaggio troppo noto ci appariva noioso, monotoni i filari infiniti di vigneti, i grappoli d’uva nera già quasi maturi, scontate erano le distese argentate di chiome d’ulivo che si allargavano alla vista attraverso la nebbiolina dorata alta sulla rossa terra umida. Dovevano passare anni per capire la ricchezza di quel paesaggio.
Dalla punta del Tacco su, su, sempre più su, quel Tacco sconosciuto di cui pochissimi avevano notizia una volta superata la Puglia : targa LE…? Lecco ? Lecce ? Dove ? Ah… le Puglie !
Ancora niente Autogrill, un uovo sodo, qualche biscotto per smorzare la fame prima della sosta per la colazione al sacco, l’happening più atteso non per quello che si mangiava, ma per il modo in cui si mangiava e il luogo in cui si mangiava. Arrivammo a conoscere le pesche del Trentino, mai viste le pesche gialle dalla buccia vellutata, poi l’incredibile varietà di formaggini che ci offriva la Germania, al pepe, alla paprika, al gusto di wurstel mangiati in riva al Reno. Indimenticabile l’enorme flanfromage acquistato a Kaiserslautern, barattoloni comprati in Svizzera da cui rotolavano enormi fragole immerse in un delizioso sciroppo (marca Hero’s, indimenticabili). In Svezia diventava un’orgia di smorrebrod, le enormi tartine misteriose dai ripieni impossibili, gamberi, pesce, uova? Ci furono merende in riva al Reno ai piedi di un traliccio, colazioni tra ruscelli gelidi e scroscianti o presso un elegante fontanile del ‘500 papalino nel Lazio.
Andavamo su e giù con la nostra 600, sgusciando fra tanti camion, vecchi e arrugginiti..
Un‘Italia ancora da ricostruire, con le Statali strette o non asfaltate, qualche cartello sbilenco per le indicazioni e pietre miliari ai bordi per sapere dove eravamo e dove andavamo. I lavori stradali erano gestiti da uno sparuto drappello di operai abbrustoliti dal sole, in testa il fazzoletto inumidito fermato dalle quattro cocche che consegnavano un impolverato straccio rosso all’automobile capocolonna da restituire al termine del tratto dei lavori in corso. Le Statali alpine, le salite con i tornanti a gomito che facevano irrigidire, immobili, guardando giù lo strapiombo mentre si incrociava un camion, il fondo stradale privato dell’asfalto dal ghiaccio dell’inverno. Questo era il Gottardo e lo Spluga, il Sempione e il Tarvisio no, senza problemi.
Un tocco di piccola magia erano le lucciole di sera lungo le strade, tra i cespugli. Quando trascorsero un po’ di anni, il brillio sparso lungo il bordo della strada, quello che si accendeva nell’oscurità serale, veniva da piccoli frammenti di vetro, le lucciole non c’erano più.
Austria o Svizzera erano le prime mete. Casette di legno con i coloratissimi balconi, fragranti nell’aria e profumate come di miele le piante di campanule che le rallegravano. Poi quei cartelli infilati sulle facciate, inizialmente incomprensibili : “Zimmer”, “Zimmerfrei”, “Gasthof”. Ci rassegnammo all’assenza di imposte alle finestre, anche gli incredibili piumini, praticamente enormi cuscini da poggiare sul corpo, non ci facilitavano il risveglio mattutino rallegrato però da colazioni mai viste, teiere, teierine, coppette, panetti fragranti, panna, burro, grasso latte dal gusto a noi sconosciuto, profumate marmellate, un lunghissimo caffè l’unico neo.
Le strade di Vienna erano dominate dalle facciate annerite di imponenti palazzi, dietro le finestre cieche il nulla, solo i mucchi di rovine lasciate dai bombardamenti. Era il ’57 e gli ultimi contingenti dell’Armata Russa erano andati via solo da un anno. Da bere birra alla spina, poi c’era lo Slivovitz, inutile leggere il menu, anzi difficile trovarlo, nudelsuppe davvero nuda e triste, priva di tutto, anche dei cerchietti di grasso di un brodo di dado, poi kartoffeln, kartoffeln e poi sempre kartoffeln, qualche volta wurstel, sempre nell’odore avvolgente dei crauti. Ci salvavano le apfeltorten, le impareggiabili torte alle mele, rara la sachertorte. Poi la tristezza e un senso di oppressione, di apprensione forse, anche il Danubio sembrava scorrere triste.
Altra atmosfera a Salisburgo, aristocratica e festosa, culturale e gaudente, ravvivata dalla presenza di tanti turisti ma anche da frau e fraulein sorridenti e raffinate. Per noi nuova cosa l’esecuzione di concerti, che non fossero quelli delle bande alle feste patronali, nelle piazze raccolte della città.
Scoprimmo anche il teatrino delle marionette con le fiabe musicate dai Grandi, elegantissime raffinate marionette “recitavano” cantando da tenori e soprani.
La Svizzera l’attraversavamo quasi ogni anno. Tutto ordinato e pulito sempre e dovunque, l’immagine-tipo della Svizzera non si smentiva mai. Era un Paese che non aveva conosciuto la guerra, quella che aveva lasciato miseria e rovine, così era andata avanti, tanto avanti da poter offrire lavoro a tanti meridionali, ne incontravamo dappertutto, c’era nostalgia nelle loro domande , nel loro approccio, ma non la sofferenza di quelli incontrati in altri Paesi d’Europa. Nel viaggio di ritorno in Italia la tradizione imponeva di infilare una stecca di sigarette nella valigia, anche se nessuno del gruppo fumava, e poi marmellate e cioccolato e il pieno di benzina prima di raggiungere Chiasso. Alla dogana sempre batticuore per quei nostri “peccati”!
Sull’autobahn tedesca. Fu un impatto sconcertante con quel nastro che correva dritto e monotono attraverso la Foresta Nera, mentre un implacabile rullio ritmico che favoriva il sonno ti martellava. Qui però doganieri esigenti, sospettosi, bagagli, carta verde, passaporto sempre meticolosamente esaminati da tanti occhi e tante mani.
Mannheim, Dusseldorf, Colonia, la cappa grigia annunciava le fabbriche. La targa italiana del Sud attirava capannelli di emigranti italiani, sorrisi incerti e dialetto, domande, tante domande. L’autobahn ci portò nella Valle del Reno, ne seguimmo il corso sul battello, immaginando la fanciulla Lorelei mentre ci stordiva la sirena delle chiatte, pernottavamo nelle accoglienti Gasthof che si affacciavano, alte sul fiume, con le terrazze allestite per la intrigante prima colazione.
Tutti volti di una Germania vivace che non si era pianto addosso colpe e miserie di una guerra recente, ma il nodo Berlino era ancora aggrovigliato, i drammi delle fughe dall’Est si ripetevano. E l’Est rimaneva ancora un mondo sconosciuto. Ci andammo a Berlino, con la curiosità di capire e di conoscere quella realtà così lontana.
Si percorreva un’autostrada infinita attraverso la Germania dell’Est, i vopos armati di mitra e i cannoni puntati dall’alto dei terrapieni in direzione del percorso stradale c’imponevano prudenza assoluta. Non ci saremmo fermati neppure a fare benzina se non fosse stato necessario: traffico rarefatto, distributore silenzioso guarnito da un solo addetto alle pompe, inimmaginabile che quel posto ci riservasse una sorpresa, una macchinetta mai vista prima, riuscimmo a farla funzionare infilandovi una monetina e fu una fonte miracolosa per la nostra sete, un’aranciata freschissima e frizzante prodotta da una ditta sconosciuta, Fanta, noi conoscevamo solo la San Pellegrino.
Arrivati a Berlino ci sentimmo sollevati. Superammo tranquillamente i tre chek point degli Alleati, francese, inglese, l’americano Check Point Charlie, ma il peggio doveva arrivare all’ultimo chek point, quello russo. Ci fecero scendere dalla macchina, la perquisirono in ogni angolo e con ogni mezzo. A quel punto potemmo entrare a Berlino Ovest, una città spenta e senza vita, grigia sotto una pioggerella sottile, poca gente e poche auto in giro, il viale Under den Linden triste, spoglio. Il mozzicone di chiesa, ciò che rimaneva della Chiesa della Commemorazione bombardata lasciato lì a imperitura memoria di ciò che era stato. Salimmo su una torretta di legno per osservare al di là del Muro, di quel Muro che lì, davanti a noi, correva grigio e impietoso attraverso la città soffocando il cuore e lo sguardo. Al di là, i vopos marciavano con pesante cadenza proprio sotto il Muro, la pioggia scendeva a completare la tristezza di quello scorcio di città che riuscivamo a vedere da lì sopra, trascurata e senza vita. Nessuna immagine di quel giorno rimase nelle nostre foto, sarebbe stato un rischio troppo grande scattare un clic su quelle inquadrature.
All’uscita da Berlino i nostri innocenti bagagli di turisti, valigie e borse di paglia, vennero buttati in aria; con uno specchio attaccato ad una lunga asta venne ispezionato il piano inferiore, anche lì poteva annidarsi un fuggitivo. Poi ci mandarono via e il nostro panico ebbe fine. Le auto con targa locale, più sospette, venivano chiuse in un garage, smontate e controllate in ogni pezzo. Un silenzio di riflessione accompagnò il ritorno su quell’autostrada desolata. Dovevano passare quasi trent’anni per arrivare a quel 1989 che fece cadere il Muro, dovevano morire ancora in molti tentando di fuggire dall’Est.
Dalla Germania al Belgio ‘58. Benelux, una sigla che sapeva di luce e ci parlava di frontiera facile.
Il fiume Saar e la Mosella reduci da un’inondazione, pioggia fitta e fango, il ricordo di un paesaggio tristissimo. Tanti gli italiani incontrati lì. Un ponte sulla Saar che non esisteva più, sotto di noi, immersi nell’acqua limacciosa operai italiani stavano a braccia tese, ci sembrò che fossero loro a sorreggere le travi di sostegno.
Già il clima nel Belgio metteva tristezza, pioggia pioggerella qualche goccia, cielo grigio cielo nuvoloso cielo scuro, in quell’angolo d’Europa la condizione degli emigranti sembrava più pesante che altrove. Marcinelle era vicina nel tempo e nello spazio.
Una sorpresa per noi la lingua dei Belgi : “Namur ?” chiedevamo noi in francese, “Ah, oui, Namen!” rispondevano loro in fiammingo. Identica sorpresa, un po’ amara per noi italiani, qualche tempo dopo nella ex Jugoslavia, area Slovenia, “Postumia ?”, “No, Postojna”, sui cartelli stradali “Postojna”in slavo e non più in italiano, “Rijeka” era Fiume.
Waterloo rimaneva scritto proprio come l’avevamo letto sui libri di storia, ma le stampe che riproducevano quell’epica giornata non lasciavano immaginare una verde pianura, sembrava sconfinata, con morbidi dossi, con quel leone issato in alto. Ma, a pensarci, Napoleone era forse più presente lì che nelle ridenti località dell’Isola d’Elba dove, a dire di onnipresenti cartelli che recitavano”… Napoleone … dormì … mangiò. Finalmente Bruxelles, anzi Brussels, e conoscemmo Santa Gudula, un nome che rimaneva chiuso in bocca se lo pronunciavamo in francese.
Poi all’Expo ’58 andando dietro al luccichio metallico delle sfere dell’Atomium. La nostra esperienza si fermava alla Fiera del Levante che già nelle sue dimensioni ci stordiva, ma questa era una città nella città. Quelli della Phlilips si erano rivolti a Le Corbousier per esporre la loro produzione. Gli Stati Uniti presentarono il nonno, o il bisnonno, del computer, un monumentale aggeggio dalle dimensioni doppie di un nostro frigorifero.
Quando arrivò il ’61 l’Italia era pronta a festeggiare i cento anni dell’unità nazionale, a Torino nacque “Italia ‘61”, fiera, parco, esposizione della scienza e della tecnica. Ma c’erano anche i padiglioni della storia, della storia dell’Unificazione italiana e Garibaldi aveva i suoi giusti spazi. Sorridenti hostess accoglievano e informavano. Il boom economico dell’Italia di quegli anni aveva trovato la vetrina più adatta, il miracolo economico della Ricostruzione esplodeva per l’ammirazione del mondo.
Proprio nel 1961, il nostro gruppo di sprovveduti, sicuri che l’Europa (dei Sei) avesse eliminato tutta la burocrazia cartacea alle frontiere, si presentò alla dogana di San Luigi con due minori senza documenti; naturalmente dovemmo tornare indietro delusi (in sei nella Seicento).
Le geometrie dei campi d’Olanda erano di un verde mai uguale, rombi, quadrati, rettangoli, avena, segale, tante le sfumature di uno stesso colore, poi mucche, tante mucche al pascolo. Conoscemmo i vecchi pescatori di Spakenburg. Bronzo chiaro il volto - il sole nordico non brucia come il sole del Sud - seduti sulle spallette dei ponti sui canali o sul bordo di vecchi barconi tirati a secco, stavano in silenzio o scambiavano poche parole con la pipa fra i denti, vestiti tutti identici, casacche blu stinto che cadevano su larghi pantaloni dello stesso colore, berretto scuro, enormi zoccoli di legno grezzo. In giro era quasi un gracchiare, quello di infinite biciclette, belle imponenti, che circolavano sulle strade della piccola cittadina. Era quello l’unico traffico.
Nel ’64 Amsterdam, tuffata nel silenzio dei canali accarezzati dal verde dei salici, non era ancora terra di droga liberalizzata. Di Maastricht, appena sfiorata dall’itinerario, nessuno aveva sentito parlare, piccolo capoluogo del Limburgo, decentrato, sul confine con il Belgio. Invece proprio da quella terra di Normanni, nel XII secolo, ai servigi del re normanno, era sceso in Italia con i suoi uomini il gigante Chiliano, un limburghese, fino alle porte di casa nostra, di Lecce, la sua fedeltà era stata premiata con un ducato che insisteva nel Salento. Una chiara eredità oggi nei biondi capelli ed occhi azzurri di tanti bimbi salentini. Ancora oggi Chiliano domina, solenne guerriero in pietra, nel suo feudo meridionale.
In Francia, anni ’50, direzione Ville Lumière, le indicazioni per l’aeroporto erano ancora per “Orly”e non per “Charles De Gaulle” perchè le Génèral era ancora al suo posto. Ogni volta che si arrivava a Parigi ci si perdeva nell’intrico dei corridoi del Louvre in visite senza tempo; all’ingresso ci accoglieva la maestosa Nike di Samotracia ormai entità famigliare, ancora niente piramidi di cristallo nel cortile. Poi Parigi vista dalla Senna sul bateau mouche, le tappe obbligate da Notre Dame agli Champs Eliseés, in cima alla Tour Eiffel, agli Invalidi nel ricordo di Napoleone, tanta strada a piedi, su fino a Montmartre a guardare le cupole bianche del Sacro Cuore con il naso all’insù. Ci fu la delusione del Moulin Rouge per chi lo conosceva attraverso Toulouse Lautrec e la Goulue : modernità fredda e anonima illuminata dal neon in un pomeriggio desolato di un agosto soffocante. Ci si emozionava al cimitero di Pére Lachaise, lì i Grandi c’erano davvero. Tornati nel ’68, sorprendeva la folla di turisti, in fila, in coda dappertutto: per entrare al Louvre, per salire sulla Torre Eiffel poi un’attesa lunghissima, sui lungosenna davanti alle bancarelle di libri usati. Era arrivato il turismo di massa, tanto desiderato ma non sempre desiderabile. In quell’anno conobbi la Sorbona, d’estate, era semivuota, chi si muoveva lì per caso aveva fretta di andare via. L’Università parigina, un edificio che ti faceva sentire fuori dal tempo: una volta entrati tra quelle mura si sentiva il peso della tradizione del sapere d’Europa. Nessun sentore dell’esplosione che di lì a poco, primavera ’68, avrebbe sconvolto le aule, le vie e le piazze di Parigi e d’Europa.
Il viaggio attraverso la Valle della Loira tra vigneti, cantine, boschi e castelli ci faceva entrare nel mondo della fantasia di Perrault. Quando spuntava una selva di comignoli tra il verde del bosco, ed era la fiaba di Barbablù, una stanza per ogni moglie eliminata, eravamo a Chambord. Bosco fitto, silenzio cupo intorno al castello, vi dormiva la Bella Addormentata, ed era il castello di Ussé..
A Calais qualche occhiata alle vetrinette dei negozi che offrivano “dentelles de Calais” prima di imbarcarci per Dover alla scoperta dell’Inghilterra del ’64.
L’urbanistica e l’architettura dei quartieri londinesi non erano condivisibili, allora, per il nostro gusto di meridionali individualisti. Le vie si snodavano uguali e uniformi, a Kensington facciate candide identiche tra neoclassico e coloniale, si correva anche il rischio di sbagliare ed entrare in casa di un altro. Di lì a pochi decenni, ancor più anonime villette a schiera, infinite, avrebbero riempito le nostre periferie. Fleet Street era ancora la “via dei giornali”, 278 le sedi di testate giornalistiche. Poi visite al gotico della religione inglese, sotto la luce colorata delle vetrate di Westminster e Canterbury un lungo dialogo in latino con un giovane occhialuto sacerdote. Per chi ne aveva l’età, l’attrazione più forte veniva da Carnaby Street, era l’anno dell’irruzione di Mary Quant con la piccola grande invenzione della minigonna. A Carnaby Street c’era un mondo tutto nuovo che si apriva, sconvolgente per chi veniva dalla provincia. Negozietti avvolti dalla musica dei Beatles, esili ragazzine bionde, copie dichiarate della diafana Twiggy, l’icona di quegli anni, cinguettavano tra di loro senza badare ai probabili clienti; striminziti capi in vendita distribuiti disordinatamente. Incredibilmente, ci si serviva da soli !
Ci accorgemmo presto di quanto fosse difficile in Inghilterra mangiare una volta superata l’ora della prima colazione, perciò ci adeguammo quando ancora insonnoliti, ci trovavamo piatti di uova al bacon dal pesante odore, caraffe di spremuta e tanto altro inaccettabile per noi legati alla cara abitudine del caffè a volo. Altre grandi novità da Harrod’s, i grandi magazzini non ancora toccati dal kitsch dell’era Al Fayed. Seduti sugli alti sgabelli davanti ad un bancone, assaggiammo per la prima volta i gamberetti in salsa rosa serviti su una foglia d’insalata in un’alta coppa. Ci furono poi le visite alle dimore della tradizione, da Hampton Court con i suoi giardini popolati da daini e cervi e i ricordi del soggiorno di Enrico VIII, a Blenheim Palace, la residenza dei duchi di Marlbourough, Winston Churchill vi aveva emesso il primo vagito e mosso i primi passi. Ma, la sterlina, come poi la corona danese e quella svedese, fece sì che le nostre lire non reggessero sotto il suo peso e il viaggio ebbe breve durata. Atmosfera intensa nella puntata ad Oxford, un luogo senza tempo. Non c’erano allievi d’estate, tanta quiete nelle aule dall’arredo severo e sulle distese verdi dei prati, si faceva fatica ad immaginare i ragazzi di Carnaby Street muoversi e studiare in quegli ambienti o, incredibile, indossare l’antica “divisa” con cappa e tocco in testa.
Poi nei Paesi del Nord anni ‘60, fari delle modernità del tempo: cucine “svedesi”, fòrmica, nudo design, linee avveniristiche nell’architettura erano le lezioni dei Maestri nordici.
A Copenaghen omaggio alla dolce sinuosa Sirenetta ma anche al monumento alla Pescivendola, dura e tozza, a Odense la casa di Andersen quasi uscita da una fiaba, con la sua brava cicogna (vera!) in cima al comignolo
La Svezia era al di là di un braccio di mare. Foresta, distese di laghi in lontananza, poi Jonkeping, Lindkoping, Norrkoping, sembrava di rimanere sempre allo stesso punto, suoni simili e rarefatti panorami sempre uguali. Ma arrivò l’impatto inaspettato e sconvolgente con le infrastrutture della periferia di Stoccolma, la nostra bella autostrada del Sole ne era lontana anni luce: svincoli a “otto”, diramazioni sopraelevate, rotatorie, ponti e… indicazioni in svedese, per noi un infinito cieco labirinto che ci sconvolse. Ma l’organizzazione dell’accoglienza turistica fu insuperabile. Un calzolaio italiano ci avvicinò felice nel suo decoroso laboratorio nei pressi della Stazione Ferroviaria. Con rassegnazione accettammo di nutrirci di poco costosi smorrenbrod, le grosse tartine farcite di tutto e di più, di che cosa però non lo sapemmo mai. Una sera una scoperta: un candido camioncino, un omino dal candido cappellino e un morbido caldo panino farcito con un fragrante wurstel arrostito: mai assaggiata una simile golosità in terra mediterranea.
Conoscemmo lo choc del sabato sera di Stoccolma, una via di mezzo fra la movida notturna di una città di oggi e un’ubriacatura collettiva che accomunava giovani, maturi professionisti, impiegati. Della Svezia sapemmo poi : terra di suicidi.
In Ungheria ci andammo giusto dieci anni dopo l’occupazione sovietica del ’56, quella vista nei servizi fotografici di “Epoca” con i carri armati in copertina. Entrando in territorio ungherese il tempo sembrava fermo a quella data, bloccato da una cappa invisibile. Attraversato il confine, piccole case di campagna, sui comignoli nidi di cicogne, cicogne che covavano le uova, carretti di legno dalle alte sponde tirati da robusti cavalli, sopra enormi botti di vino, bianche oche starnazzanti tagliavano la strada all’automobile. Poi la puszta infinita.
Su, verso Budapest portava una strada nuova, moderna. Una capitale imponente, grigia e intorpidita, quasi ostile. Assaggiammo le “palacintke” guarnite di marmellata di noci e cremosissima cioccolata. Niente di più delle crepes ripiegate in quattro, ma noi conoscevamo solo le nostre poco delicate frittatine. A noi turisti era concesso di fare acquisti con una certa moneta creata ad hoc, spendibile solo in una certa catena di negozi, con un cambio a noi conveniente, off limits invece per gli Ungheresi. La ricerca della Budapest by night per giovani ci portò ad ascoltare musica tzigana tra pizzi, merletti e velluti color porpora. Ma c’era anche un’altra Budapest, quella delle grandi opere pubbliche, linee essenziali, tecnologia avanzata, uno stadio di calcio dalle linee ardite con un enorme orologio stilizzato, alto sulle scalinate. Il privato era rimasto al palo mentre il pubblico aveva preso la rincorsa.
Nella Cecoslovacchia dello stesso anno, il ’66, si respirava un’aria diversa, la Primavera di Praga era già in gestazione, sarebbe esplosa dopo poco più di un anno, gennaio ‘68.
In Moravia Brno, o Brunn, o Brn ? Non lo sapemmo mai. Ai piedi della famigerata fortezza dello Spielberg, bella città nel verde, antica e nuova, in un prato al centro della città spuntava una scultura degna della Biennale di Venezia di quegli anni. Ci sorprese una via “Pelicova”, intitolata cioè a Silvio Pellico. Una dedica ad un perseguitato politico di terre straniere ? In funzione antimperialistica in età socialista? Dettata dalla comunanza della condizione di popoli sottomessi, il Moravo e l’Italiano? In quella fortezza cupa, vivacizzata dalla presenza dei turisti, il ricordo della Mie Prigioni c’era tutto, vivo e intatto, gelosamente custodito. Praga, una capitale ricca di movimento, ma niente turismo di massa nelle viuzze del quartiere degli alambicchi e degli stregoni. In Piazza Vaclavzke il Re Santo dominava un gruppo di auto parcheggiate che sembrava attaccarsi ai piedi della statua. Non c’erano ancora i bronzei robot in fila che oggi tolgono spazio a quel grande vuoto. Era la piazza che avrebbe visto affollarsi migliaia di Praghesi quando sorridevano inneggiando alla Primavera e quando piangevano all’arrivo dei carri armati russi. E avrebbe visto Jan Palack diventare una torcia. Ma Praga era anche allegria di un matrimonio tutto occidentale, con una sposa in corto abito bianco che usciva dal municipio sorridendo per la foto secondo tradizione.
La Grecia del ’67 era ancora quella dei turisti dei viaggi di studio, docenti con studenti universitari al seguito, come ero io. Dopo il Pireo, per arrivare ad Atene il blu cupo del Mediterraneo filtrava attraverso filari di chiome verdi punteggiate d’arancio, erano le arance amare, le marange del nostro dialetto. Ancor più suggestivo il lungomare quando si snodavano alberi di Giuda in fiore in quella primavera greca. Una vegetazione ancora a noi sconosciuta.
In una Grecia senza turisti, le nostre accademiche guide ci fecero accogliere da autorità locali del mondo delle istituzioni e della cultura : noi portavamo testimonianza di una terra salentina in cui vive ancora oggi il linguaggio griko. Dopo i tesori classici di Atene, a Delfi ci affascinò il silenzio di un paesaggio incantato, ad Argo, Tirinto, Micene, demmo vita ai fantasmi degli eroi conosciuti sui testi. Dal teatro di Epidauro alle colonne di Olimpia il nostro fu davvero un viaggio di studio. Le “trasgressioni” le vivemmo scoprendo l’odore e il sapore dei souvlaki arrostiti per strada, il dolceforte dell’ouzo, la gommosa dolcezza delle loukoumie. E poi un tuffo nello shopping della tradizione, stoffe, borse tessute a mano, piccoli oggetti in legno. Il soggiorno ateniese si concluse con la trasgressività, permessa solo al gruppo degli universitari più grandi, quella di una passeggiata tardo-serale sotto la luna di Piazza Omonoia silenziosa, davanti agli euzones di guardia al Parlamento.
L’estate del ’68 la vivemmo in una realtà d’Europa in cui non arrivava nemmeno un’eco lontana di agitazioni e trasformazioni, ancora una volta verso Est, in una terra in cui le città somigliavano a quelle italiane, la Jugoslavia di allora, la Croazia di oggi. Imparammo che si chiamava Zadar, non più Zara, quella città in cui già i Romani avevano lasciato tante tracce e dove c’era una chiesa trecentesca che era proprio il romanico di casa nostra, quello delle cattedrali di Puglia. Almeno il Maraschino non aveva cambiato nome ed era ancora “Maraschino di Zara”, marca Luxardo, nella sua bella bottiglia impagliata. I turisti erano solo gente del posto in vacanza, a noi italiani guardavano con una certa benevola curiosità. Visitatori di origine più eterogenea li incontrammo scendendo a Sud, nelle altre due cittadine simbolo della cultura dalmata, Spalato e Dubrovnik. Ci godemmo la bellezza di quella sponda adriatica, ancora selvaggia e poco conosciuta, bagnata da un mare blu intenso, ricco di pesce da mangiare nelle rustiche trattorie della costa.
A Sebenico, una cittadina fuori dal tempo, conoscemmo quanto fosse rimasto di Venezia nella terra dalmata, con le stradine semideserte, gli infissi delle finestre cadenti sulle facciate di molte case, sull’uscio qualche fiera vecchia signora dall’espressione altera, eretta sul busto lavorava all’uncinetto, abiti scuri, della tradizione, con uno strano copricapo.
Nel Palazzo di Diocleziano, a Spalato, ci ritrovammo persi in una folla di turisti, fra rovine, colonne, leoni di pietra, non era facile entrare nello spirito dei luoghi. Scoprimmo la bellezza di Dubrovnik: verso il mare con l’articolarsi della pittoresca insenatura e verso l’interno nell’intrico delle calli “veneziane” dalle facciate incorniciate da leggiadre bifore e trifore, bilobate, trilobate. Circa venticinque anni dopo tememmo tutti che quell’arte, quella cultura sarebbero scomparsi per sempre, forse solo la buona sorte permise che in quei luoghi ciò non avvenisse, che i danni fossero rimediabili. Così la Fontana di Onofrio oggi è tornata in piedi.
Quell’Albania, che a noi salentini sembrava a due passi, ci era ancora vietata. Sapevamo poco o niente di quella terra, forse solo i racconti e i ricordi di chi l’aveva conosciuta, in divisa, durante la campagna militare della II° Guerra Mondiale. Da bambina mi colpiva la storia di un altissimo re dal nome assurdo, Zog, e di una giovanissima regina dagli occhi blu, Geraldina, che abbandonava la sua terra, cacciata dall’invasione italiana mentre stava per nascere il suo bambino.
Poi, riferendoci all’Albania imparammo ad usare la frase “La Cina è vicina”.
L’aria tersa di tramontana, nei giorni rigidi d’inverno, ci lasciava scorgere boschi e cime innevate, gruppi di case, la costa; di quella terra, nelle albe d’estate solo contorni sfumati su cui fantasticare. Così rimase solo un viaggio da rimandare, impigliato nei desideri. Poi, negli anni ’90, furono gli Albanesi che ci sorpresero, a migliaia, sbarcando fra gli ombrelloni delle spiagge salentine e una solidale curiosità emozionata li accolse. Ma questa è un’altra storia.
